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I tumori della cervice uterina
Il carcinoma della cervice uterina è la quarta neoplasia per frequenza nel sesso femminile. Rappresenta il 6% di tutte le neoplasie nella donna con 3700 nuovi casi annui in Italia, con un picco di incidenza tra 40-60 anni e con una mortalità di 4/100.000 donne. La mortalità è andata progressivamente riducendosi di circa un terzo rispetto agli anni '50 a seguito di una precoce diagnosi mediante le campagne di screening citologico, che consistono nell'esecuzione regolare del Pap test (prelievo di qualche piccola cellula dal collo dell'utero, mediante una spatolina, durante la normale visita ginecologica); infatti, secondo le attuali linee guida nazionali e internazionali, ogni donna dovrebbe iniziare ad eseguire un Pap test annuale dall'inizio dell'attività sessuale.
Fattori di rischio
I principali fattori di rischio sono rappresentati da un precoce inizio dell'attività sessuale; elevato numero di partner sessuali (più di 3) o partner singolo ma che ha avuto diversi rapporti promiscui (partner a rischio); giovane età alla prima gravidanza; scarsa igiene sessuale, fumo di sigaretta e infezioni virali genitali trasmesse per via sessuale, sostenute da particolari ceppi di Papillomavirus (HPV 16, 18 ).
Evoluzione della malattia
La storia naturale di questo tumore ipotizza che un fattore sconosciuto agisca sull'epitelio della zona di trasformazione della cervice uterina, determinando inizialmente una neoplasia intraepiteliale di basso grado (CIN I o dislasia lieve) che tende ad evolvere in neoplasia intraepiteliale di medio grado (CIN II o displasia moderata) e di alto grado (CIN III o displasia grave), indistinguibile dal carcinoma in situ (tumore localizzato), fino al carcinoma invasivo preclinico e, infine, al carcinoma invasivo. E' importante sottolineare che qualsiasi CIN può evolvere direttamente a carcinoma invasivo senza necessariamente passare per il carcinoma in situ. Il tempo di progressione da lesioni intraepiteliali a forma invasive può essere estremamente lungo (da 10 a 20 anni), anche se è possibile che in brevi periodi di tempo (<12 mesi) lesioni iniziali si trasformino in forme invasive. La diffusione a distanza (metastatizzazione) si verifica per continuità o contiguità alle strutture anatomiche limitrofi (canale cervicale, corpo uterino, fornici vaginali, parametri, vescica e retto); per diffusione linfatica ai linfonodi pelvici e per via ematica (peraltro rara e tardiva) ai polmoni, pleura e scheletro.
Sintomi e diagnosi
Il carcinoma invasivo nelle fasi iniziale è asintomatico, mentre nelle fasi più avanzate dà segno di sé con una sintomatologia caratterizzata da perdite ematiche extramestruali, dolore pelvico irradiato alla coscia, sindrome subocclusiva e dispnea (sensazione di fatica respiratoria).
Gli esami diagnostici sono rappresentati da pap test, visita ginecologica colposcopia e biopsia. Dal punto di vista istopatologico il carcinoma squamocellulare rappresenta la neoplasia più frequente della cervice e costituisce il 90% di tutte le neoplasie di questa sede, il restante 10% è rappresentato dagli adenocarcinomi. Nella stadiazione di questa neoplasia la RMN (risonanza magnetica nucleare) dà un notevole contributo alla valutazione delle dimensioni della neoplasia e ai rapporti con le strutture anatomiche contigue; la cistoscopia (esame condotto con uno strumento ottico introdotto in vescica tramite un piccolo catetere) e rettoscopia sono utili in presenza di segni clinici di infiltrazione della vescica e retto.
Cenni di trattamento
Nel carcinoma in situ il trattamento d'elezione è rappresentato dalla conizzazione (asportazione di un piccolo cono di mucosa dove è presente la malattia, con ampio margine libero), invece nelle forme localizzate alla cervice, senza infiltrazione delle strutture adiacenti, si effettua l'isterectomia (asportazione di tutto l'utero) associata alla linfoadenectomia pelvica. Nel caso in cui i linfonodi asportati risultassero metastatici (ovvero con presenza di cellule tumorali identiche a quelle del tumore primitivo), di interessamento dei margini di resezione, dei parametri o del margine vaginale è opportuno, dopo il trattamento chirurgico, eseguire una radioterapia pelvica e/o un trattamento chemioterapico adiuvante. Nelle forme istologiche squamocellulari la chemioterapia utilizza soprattutto il Cisplatino +- 5Fluorouracile.
Nelle forma metastatiche il trattamento è esclusivamente palliativo.
oncologica in grado di gestire tali patologie in maniera adeguata.
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